Pandemonio

Per molto più di un’ora
ho respinto la grazia
con slanci, e salti, e balzi,
e bevuto avidamente;
ho negato sostegno
al perdono
sapendo di loro.
I sempre-stati
nascosti e mormoranti
che raschiano tra le panche
e ancora guardandomi
mentre sfinisco di segreti
tra le panche scorticate
barriscono. Intollerabili.
Dentro.

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Assuero

L’uomo trascina la notte
con sé. Il suo viaggio
non ha dove; una pianura
è tutte le pianure per costui,
non teme che un singolo sole
si spenga. Nella sera di pietra
il sandalo imprime un solco,
l’impronta del suo delitto
sarà l’orizzonte di molti.

Il resto di niente

E niente. Ecco.
Ci siamo sbagliati, succede.
Come adesso succede.
Inizia con le visioni,
finisce in mezzo ai ricordi.
Come quando a una fermata
uno dei due alza la mano
verso il bus in arrivo,
e l’altro, scemo non poco
pure lui alza la mano
pensando a un saluto.
Ma il saluto che risponde
al saluto che saluto non è
risulta gradito.
Si sale,
e allora saliamo. E parti,
partite, partiamo. Com’è
sporgente, appuntito, appuntato,
forse non subito
ma dopo qualche minuto
come un dubbio, l’affrettato saluto
che sembrava sicuro e dopo ti
chiedi: ho frainteso? Ho potuto?
E intanto parli parlate parliamo.
fermate su fermate, intaschiamo
quel sospetto che ha fatto il biglietto
con noi o forse è lui il nostro biglietto.
E parliamo e viaggiamo e altre cose
facciamo che a farle è come dire
viaggiamo, e qualcosa ci aspetta.
E invece no, forse no. E forse, ecco,
A un tratto si scende di fretta.
La fermata era quella
fin dall’inizio, sdrucciolata di una o due tappe
per sfizio. Sorpreso? Non so.
Stordito un po’, questo si, non lo so.
E cos’era quel resto di tutto
che brucia di notte, e di brutto?
Letteratura per caso, per caso?
Musica un po’ e frasi del tipo:
abbracciami quando fa freddo
(e diamine, sempre fa freddo).
C’è la fermata, è arrivata.
E quindi ciao?
E quindi ciao.
E allora ciao. Eh.
E scendo che piove
con tanto di sole.
Un altro bus si avvicina
e devo salirci più forte
– mi dico –
più forte di prima.
Prendi quello: non sembra un saluto,
è solo una mano.
Ma forse qualcuno,
nessuno, no.
Certo, nessuno.
Scusi, questo per caso ferma a qualcuno?
No, signore
Piazza Malpighi se vuole.
Va bene,
Un dove va bene.
Meglio di niente,
è quasi qualcosa
mi dico talmente.

Nel tempio

Se il sole declina
il giorno non muore
nel tempio.
Il canto che dilava
tra i silenzi non li erode.
Alba vera non c’è,
né vero occaso.
Ombre e rugiada
di ieri è l’oggi,
la notte
dovuta al domani
districa il groviglio
di stelle solo per te,
per te soltanto
nel tempio.
La tenerezza
che eri è lì
tra le pietre
che non volesti
uniformi;
tutta la pietra
è tutta la traccia –
non c’è uno stelo
che non sia
tutta l’erba, anche.
Nel tempio…

Il dono

Al risveglio cerco il dono,
sempre misterioso, nascosto
tra le ultime ombre che dileguano.
Ritorno ad abitare una stanza
tra le stanze che sono:
arredo di esigenza e memoria
ancora: le quattro pareti del nome
di oggi. Indosso la stanza
e vado, seduto nel nome,
per il mondo che attende.
La tua rosa — l’ho vista:
non è mia nel mio vaso.

Vastità dei corpi

E’ il tuo corpo per me come un’arma di carne
piantata con forza nell’addome del tempo.
Non sogno più delle cose che vengono o vanno,
ti addentri sicura tra le mie storie sconfitte.
Non c’è più forma scolpita né parte di notte slegata
ma sanguificati sentieri di pelle e predicati essenziali.
Tramutata di luce spiani di tutte le stanze erose
la vita vertiginosa e offesa e rinata. Nella tua carne
si sventa l’atrocità delle linee, tutte. Rovente e sudata
verità, questo rimane. Nuda, segreta si travasa
dal tuo cratere al mio cratere: su tutto ci imprimiamo
come un nodo inestricabile. La parola che è sostanza
e midollo del tempo trapassato sputtana
inutilmente tra i vestiti, arrotolata sul pavimento
insieme al tempo e alla misura dell’ora, del secondo.
Dissolta è ogni cosa, e anche noi. Tutta la notte
è appoggiata su questo silenzio, e trema per noi
che consumiamo l’adesso terso. Trascesi nel buio
scintilliamo come un’unica goccia pulsante.

Scherzo

Vecchio costume di notte
dove mi porti?
Per quali grotte ti spingi
vecchio vestito, col solito mio contenuto
sfinito…

Spesso t’inoltri giù a valle
tra i viali trapunti di calle.
A volte ti arrischi insolente
a sfidare i marosi di un niente.

Mi canti la vecchia canzone
del cuore, la convocazione
che inchioda gli inquieti di vita
alla favola ardita

T’incastri tra i sassi spuntati
di giovani amori sperduti
e dopo pretendi ti aiuti
coi miei quattro versi stonati.

Insisti a invocare quel tale
lasciato al paese natale,
quel tale che dissi mio amico.
(sparì tra le foglie di un fico).

Adesso l’abbiamo evocato, che dice?
Dice la solita storia infelice:
“Ti cercai mi cercasti dov’eri?” Eh,
starnutivo i bei fiori di ieri.

Mio caro quel fiume che scorre
non vale cercarvi riparo.
Il viale che è lì strafiorito, dici?
Un resoconto scolpito.

Perciò cosa vuoi vestito di stelle…
Ti appunti sul cuore due tre cose belle
Ma che siano state o che siano
Non so,
Forse l’amore me le mostrò.

Tramonto

Questo presentimento di sera
sulla soglia che dicono il tempo
distilla gli ultimi sapori del sole.
L’unanime notte trafitta di luci
è ancora un ricordo o un sogno.
Ancora sulle mediocri strade
le durevoli frecce ben tese
ripropongono l’invenzione del tragitto:
l’uomo che sogna, il padre,
la donna di cui non so il nome
e il fantasma di un amico trascorrono.
Vanno eternamente e con essi
eternamente va la riluttante parte
scampata. La grande o piccola parte
del cui resto sulla soglia insidiosa giace
il fiore, la colomba immolata.

Sulla bianca frontiera

Ciao. Ci manchiamo da tanto che quasi non so dirti. Vorrei provarci, ma sei testardo con questa storia di diventare per sempre l’ultimo sfuggente. Piantala. Accompagnami invece, perché non è facile. Adesso noi siamo qui, tu, e io, finalmente da soli, immersi in questo vuoto chiaro, e tu sei una parte di me che ho quasi paura di non riuscire più a sentire: sono un po’ sordo con te, e stanco di me soprattutto. Ti scrivo adesso perché in qualche modo sento, in questa paura di silenzio, che finalmente sei qui, e anch’io finalmente ci sono, dove questo vasto e sfiancante orizzonte residua l’estremo spazio comune. Se mi avvolgo intorno al coraggio la fragile corda di fede che mi resta forse posso credere che tu, e io, benché dispersi nella moltitudine frastagliata di virgole, siamo parte di un’unica cosa, e che attraverso uno slancio impossibile riusciremmo forse a propagarci l’un l’altro. Fosse pure sotto forma di fantasmi o di simboli.
Hai paura. Se ti sorprende che me ne sia accorto almeno non esserne stupito: ti sento sempre. A volte ti travesti da aritmia, a volte da musica, a volte – sempre più spesso – da cattiveria. Ho tirato pugni e calci e bombe a mano all’idrogeno contro questo maledetto sterno per provare ad aprire una crepa che bastasse a farmi scorgere il tuo impulso, così irrequieto… ma proprio quando quasi ci riesco ti rintani sempre con un balzo e ti perdi – e mi perdo di nuovo. Fa male, se non lo sai, questo scansarci continuamente di un soffio. Non lo dico per colpevolizzare la tua diffidenza o la mia. Ora voglio soltanto scendere tra queste parole che sono la nostra frontiera e sperare di trovarti nella piega della frase che ti tiene incastrato. Mi siederei su quella definizione aguzza a cui resti tenacemente avvinto solo per offrirti il mio nodo di secondi imbrogliati, che è stato il tuo e a cui hai contribuito. Tira un laccio, vediamo che succede, così, per provare. Come fosse un gioco. Non più per trovare una soluzione, solo per divertirci, tu e io, a strappare una forma da quelle sartie ostili di rumori e dolori e amori sbeccati.  Ombre comuni, una stessa interpretazione di nuvola, i molti scompensi dello stesso cuore, e lo scopriremmo insieme.
Sai mi fa piacere trovarmi addosso queste cicatrici, se penso che tu non le hai, non ancora. Non te le auguro, so che ti saranno inflitte ma comunque non te le auguro. Anche tu però, sai che arriveranno perché sei una specie di profeta: mi hai sognato, e creato, senza poter distinguere un’operazione o l’altra. Ero già nella tua piccola fornace. Credimi, allora ardevo molto più modesto e incompleto di quanto ti piacesse credere, quando ti sembravo l’alba sicura su un avvenire intrigante. Mi vedevi come un luogo di pensieri e di carne definito da confini misurati da tanti Quanto e Come per cui valesse davvero la pena lottare. Lottare, attendere, sacrificare. E’ solo che non eri pronto a restituire né il sangue della lotta, né il tempo dell’attesa, né il prezzo del sacrificio. Non si fa così ma è così che fanno, tutti. Quindi è un errore, si, ma un errore sacro. Queste offerte, questi voti, funzionano così: li si eleva per scongiurare ma non funzionano mai del tutto.
Da allora scappi da me perché ti deludo, io da te per la stessa ragione: siamo vittime di una congiura a cui abbiamo partecipato nel ruolo di congiurati e temiamo il coltello dell’altro, quasi possa ancora ferirci. Ma non può. Il passato non rivive che in cerchi più ampi. Non si attende il futuro. Sono spiccioli di regole antiche, sparse su una strada battuta di continuo e sarebbe bastato investigare con minore cognizione per racimolarli da subito. Li ho raccolte io, adesso, per te; che espressione faresti, un po’ tenera e un po’ ferita, se ti dicessi la povera cosa che sono alla fine; per provare a tirarti su ne ho raccolti degli altri, spiccoli, piccole brillanti monete di saggezza che potessero guidarci a quel famoso tesoro nascosto nella montagna sacra, quando ancora non temevamo la voce del drago. Anche qui, ho fatto una nuova scoperta sai? Non vogliamo il tesoro, né uccidere il drago: donarli, spargerli, il tesoro e il drago, restituirli vogliamo, solo per risanare quel vecchio errore assoluto che ci ronzava nella testa. L’errore, quello che batte e soverchia tutti gli altri, il primo e originale. Sappi che non è possibile. Anche se ti dicono il contrario tu sappilo, non si può.
Guardaci: è già dura tra noi e sei lì, dietro l’angolo di appena un decennio. Anche questo temporale ermetico, immagini per immagini di parole avvinghiate ad altre parole, frastornate da un’elemosina di fulmini che vorremmo fossero una voce o un segno che ci infilzi tutti indistintamente, i tuoi me, i miei noi, e ci facciano tutti, tutti serrati nella folgore bruciante, finalmente uniti. Che importa il nome finale? Importa soltanto che nel suo verdetto di ioni si compiano un destino o la sua protesi scenica. Sei tu la mia protesi, come io sono la tua, e se insieme impugnassimo il vincastro che è l’altro no, davvero non temeremmo alcun male; ci prolunghiamo comunque di continuo nelle due direzioni.
Ti ho spaventato e, credimi, non volevo. Le mie parole adesso hanno questa abitudine, sai. Neppure loro è la colpa, si sono nutrite del terreno che siamo e vagano indolenti, appena consapevoli ma pienamente attive nella loro oscura capacità, come certi vermi graziosi che con poche gocce di sangue estratto si scambiano la vita incomprensibile che gli fece da pasto. E anche questo siamo noi per noi. Perciò non odiare le mie parole, mi scuso io per loro. E non temerle, perché non ci amano. Io le ho amate, e per questo le ho cercate e pronunciate. “Per noi”, “per tutti” pensavo. Le ho amate e saziate. Anche te, che sei alla radice dei miei testi, ho amato e saziato. Questo vuoto propaga la fame e l’amore. Voglio fermare tutto questo per un istante, me ne basterebbe uno soltanto, e abbracciarti e dirti che non fa niente, che è già finita, finita per sempre. Non ci resta che giocare il gioco, trasmessi verso l’ovunque che assolve, arrangiarci del pasto che siamo. Forse il Dio che si degnerà si esserci ci sussurrerà infine quel famoso nome intrasformabile, o magari, come dicono gli animi tetri, il nostro senso balbetterà di sé fino all’ultima soglia della materia. Fino ad allora però, fino ad allora siamo questo aver sognato e tentato. E in questo meritiamo una specie di pace.