Rêverie

Una notte sognò un luogo che la mente gli giurava familiare ma a cui nonostante tutto non sapeva dare un nome. S’imbatté così in un’avventura dello spirito che l’avrebbe segnato per molti anni e forse quanti gliene restano da vivere, perché ancora vive.

Raggiunse l’orto dal logoro portoncino di un casolare malmesso. L’aria fredda di una notte uniforme e senza stelle presagiva l’evento acquattato in attesa.

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Sul fondo dell’orto circoscritto da una cornice di rovi essenziali un corvo si dimenava per l’aria vuota, intrappolato nel nevrotico volteggio solo apparentemente libero, solo apparentemente, poiché il niente che sovrastava l’ultimo contorno dell’ispido cortile gli opponeva una resistenza non naturale; l’aria, esatta come una parete, lo ricacciava indietro ad ogni assalto precludendogli quell’oltre che era un vuoto di buia nebbia. Il Sognatore, incerto, sacrificò gli indugi per sfogare un’urgenza che non sapeva giustificare a sé stesso e non poteva rifiutare. Avanzava un passo dopo l’altro cercando una visione più chiara sulla scena; per qualche ragione, il cuore gliela descriveva angosciante e tetra. L’orto gli si offriva grigio e sterile, quanto vi era stato seminato il terreno o misteriose circostanze avevano concorso a privarlo delle condizioni per qualsiasi fioritura.

Gli urti silenziosi ma reiterati del corvo impazzito estraevano dalla calma ripugnante del contesto lampi di reazione, scuri vagiti di movimento. Dal suo becco spalancato sporgeva una testa di rosa disidratata.

La tortuosa specie di associazioni che spesso compone l’itinerario del sogno suggerì al Sognatore che la rosa e la follia del disperato andavano attribuite al dolore della segreta ferita che le congiungeva e coniugava; la rosa, quella rosa, doveva prolungarglisi con fibre e con spine nella gola contratta dai tentativi spasmodici. Da questo dolore – pensò ragionevolmente il Sognatore – l’inquietudine dell’uccello si nutriva.

Così, approfittando di un suo volo più incerto, riuscì a catturarlo e a stringerlo tra le mani, subito punte, poi lacerate e infine dilaniate. Nonostante questo il Sognatore raggiunse la rosa e la estrasse tenendola sul palmo come una reliquia degenerata. Non si curò più dell’immobile sacca di piume che aveva ospitato la frammentata santità del fiore; seduto, con la rosa appassita sulla mano cauta, prese a parlare parole che nel mondo del sogno erano reali ma che risultavano incomprensibili a quella specie di spettatore inafferrabile che è la vera nostra essenza mentre sogniamo.

Il tempo iniziò a cadergli attorno dolcemente, incalcolabile, finché un coltello di pace giunto da chissà dove, da chissà quale feritoia nella notte indistinta, trafisse con un singolo colpo il nucleo di oscure suggestioni che scaturiva dal suo petto il senso del canto di morte che andava cantando. Scese un calore santo e benedicente sull’arco della schiena del Sognatore, e se ne dissetò. E tacque, in estasi. La rosa rifiorì come per incanto.

Oltre la palizzata di rovi incastrati una violenta primavera brillava nella vastità sparsa. Il suo cuore ne ebbe fame e il suo corpo desiderò sfamarlo, così il Sognatore balzò verso la recinzione gridando con gli occhi tutti i nomi dei fiori che conosceva, tutte le forme della vita che ricordava e che l’attendevano, ora, solo che riuscisse a scavalcare la cornice. Tentò. Tentò molte volte, ma invano: ancorato al terreno, quasi che nel tempo intercorso un fascio di spettrali radici lo soggiogasse al terreno atro.

Era disperato, inferocito, quando udì lo stridore dei cardini che da qualche parte, troppo vicini, ancora sorreggevano la porta che lui stesso aveva varcato. Lo invase un’angoscia spietata che la fornace delle sue paure trasformò prima in rabbia, poi in furia. La rosa che era peso e fragranza del nuovo sogno oltre il sogno, irrinunciabile, la rosa che l’aveva liberato e prometteva  nuova eterna salvezza gli sarebbe stata sottratta, semplicemente rubata. Per sempre. Il Sognatore non poteva permetterlo, no; avrebbe colpito per primo, avrebbe…

Al risveglio, che come spesso accade s’instaura esattamente sul culmine indeterminato da cui sprofonda il sonno, ritrovò il luogo che chiamava casa, nel letto che considerava il proprio e sicuro del nome con cui era stato battezzato. Tentò di strappare via dalla coscienza i residui del sogno; si cercò la rosa nel palmo, senza trovarla. Indagò tra le lenzuola ma non trovò nulla; né un petalo, né una piuma. Come gli apparì tutta inutile e vana all’improvviso quella triste fatica del sogno. Nella sua casa, fuori del suo letto e indossando il suo nome, riprese a vivere perché non c’era altro da fare.
Anni dopo, a un’ora imprecisata del mattino – non sarebbe utile, qui, riportarla con precisione o datarla – sentì battere dalla finestra un colpo morbido e la porta aprirsi dopo poco annunciando con un fischio di gangheri una visita. L’evento – chissà perché allora, chissà come – dovette fargli vivificare d’un tratto il ricordo di quel sogno affamato che aveva vissuto nel suo altrove anteriore. Ricordò anche ciò che si era ripromesso un istante prima di venirne strappato: non l’avrebbe permesso, no. Nessuno, nessuno, soltanto sua sarebbe stata la rosa.

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Ho scoperto ciò che era già noto ad altri solo alcuni giorni dopo, avvertito da conoscenze comuni; ci siamo spesso attardati – e di tanto in tanto ancora indulgiamo – sull’inspiegabile vicenda, traendone ciascuno l’utile miserabile di una nuova teoria del tutto insoddisfacente. Non so perché ma non appena ne fui informato strinsi un forte nodo dentro di me, un nodo con cui osavo legare il delitto avvenuto quella mattina al sogno che quel Sognatore travestito da Nome (un nome che amavamo, che ci era amico e credevamo di conoscere) volle raccontarmi anni prima, in confidenza, da Nome a Nome, e di cui non ho mai parlato ad altri che questo schermo. Non m’illudo: presto o tardi queste parole nascoste mi tradiranno, per vanità o per incidente; qualcuno le troverà, le leggerà, e io non sembrerò meno folle del Sognatore. Forse non lo sono, forse non lo è nessuno.

Quella mattina, finalmente, finalmente, un canto di fiori e un calore oltreumano penetrarono l’infida realtà della stanza e la finestra crollò spezzata su tutto: crollarono il letto, il nome, la soglia tra l’esterno irraggiungibile e l’interno quotidiano, che mi divenne per sempre insignificante. Questo dice sempre, ancora oggi, a chi lo interroghi sul delitto che ha compiuto. Nient’altro.

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