Vastità dei corpi

E’ il tuo corpo per me come un’arma di carne
piantata con forza nell’addome del tempo.
Non sogno più delle cose che vengono o vanno,
ti addentri sicura tra le mie storie sconfitte.
Non c’è più forma scolpita né parte di notte slegata
ma sanguificati sentieri di pelle e predicati essenziali.
Tramutata di luce spiani di tutte le stanze erose
la vita vertiginosa e offesa e rinata. Nella tua carne
si sventa l’atrocità delle linee, tutte. Rovente e sudata
verità, questo rimane. Nuda, segreta si travasa
dal tuo cratere al mio cratere: su tutto ci imprimiamo
come un nodo inestricabile. La parola che è sostanza
e midollo del tempo trapassato sputtana
inutilmente tra i vestiti, arrotolata sul pavimento
insieme al tempo e alla misura dell’ora, del secondo.
Dissolta è ogni cosa, e anche noi. Tutta la notte
è appoggiata su questo silenzio, e trema per noi
che consumiamo l’adesso terso. Trascesi nel buio
scintilliamo come un’unica goccia pulsante.

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Scherzo

Vecchio costume di notte
dove mi porti?
Per quali grotte ti spingi
vecchio vestito, col solito mio contenuto
sfinito…

Spesso t’inoltri giù a valle
tra i viali trapunti di calle.
A volte ti arrischi insolente
a sfidare i marosi di un niente.

Mi canti la vecchia canzone
del cuore, la convocazione
che inchioda gli inquieti di vita
alla favola ardita

T’incastri tra i sassi spuntati
di giovani amori sperduti
e dopo pretendi ti aiuti
coi miei quattro versi stonati.

Insisti a invocare quel tale
lasciato al paese natale,
quel tale che dissi mio amico.
(sparì tra le foglie di un fico).

Adesso l’abbiamo evocato, che dice?
Dice la solita storia infelice:
“Ti cercai mi cercasti dov’eri?” Eh,
starnutivo i bei fiori di ieri.

Mio caro quel fiume che scorre
non vale cercarvi riparo.
Il viale che è lì strafiorito, dici?
Un resoconto scolpito.

Perciò cosa vuoi vestito di stelle…
Ti appunti sul cuore due tre cose belle
Ma che siano state o che siano
Non so,
Forse l’amore me le mostrò.