Tramonto

Questo presentimento di sera
sulla soglia che dicono il tempo
distilla gli ultimi sapori del sole.
L’unanime notte trafitta di luci
è ancora un ricordo o un sogno.
Ancora sulle mediocri strade
le durevoli frecce ben tese
ripropongono l’invenzione del tragitto:
l’uomo che sogna, il padre,
la donna di cui non so il nome
e il fantasma di un amico trascorrono.
Vanno eternamente e con essi
eternamente va la riluttante parte
scampata. La grande o piccola parte
del cui resto sulla soglia insidiosa giace
il fiore, la colomba immolata.

Sulla bianca frontiera

Ciao. Ci manchiamo da tanto che quasi non so dirti. Vorrei provarci, ma sei testardo con questa storia di diventare per sempre l’ultimo sfuggente. Piantala. Accompagnami invece, perché non è facile. Adesso noi siamo qui, tu, e io, finalmente da soli, immersi in questo vuoto chiaro, e tu sei una parte di me che ho quasi paura di non riuscire più a sentire: sono un po’ sordo con te, e stanco di me soprattutto. Ti scrivo adesso perché in qualche modo sento, in questa paura di silenzio, che finalmente sei qui, e anch’io finalmente ci sono, dove questo vasto e sfiancante orizzonte residua l’estremo spazio comune. Se mi avvolgo intorno al coraggio la fragile corda di fede che mi resta forse posso credere che tu, e io, benché dispersi nella moltitudine frastagliata di virgole, siamo parte di un’unica cosa, e che attraverso uno slancio impossibile riusciremmo forse a propagarci l’un l’altro. Fosse pure sotto forma di fantasmi o di simboli.
Hai paura. Se ti sorprende che me ne sia accorto almeno non esserne stupito: ti sento sempre. A volte ti travesti da aritmia, a volte da musica, a volte – sempre più spesso – da cattiveria. Ho tirato pugni e calci e bombe a mano all’idrogeno contro questo maledetto sterno per provare ad aprire una crepa che bastasse a farmi scorgere il tuo impulso, così irrequieto… ma proprio quando quasi ci riesco ti rintani sempre con un balzo e ti perdi – e mi perdo di nuovo. Fa male, se non lo sai, questo scansarci continuamente di un soffio. Non lo dico per colpevolizzare la tua diffidenza o la mia. Ora voglio soltanto scendere tra queste parole che sono la nostra frontiera e sperare di trovarti nella piega della frase che ti tiene incastrato. Mi siederei su quella definizione aguzza a cui resti tenacemente avvinto solo per offrirti il mio nodo di secondi imbrogliati, che è stato il tuo e a cui hai contribuito. Tira un laccio, vediamo che succede, così, per provare. Come fosse un gioco. Non più per trovare una soluzione, solo per divertirci, tu e io, a strappare una forma da quelle sartie ostili di rumori e dolori e amori sbeccati.  Ombre comuni, una stessa interpretazione di nuvola, i molti scompensi dello stesso cuore, e lo scopriremmo insieme.
Sai mi fa piacere trovarmi addosso queste cicatrici, se penso che tu non le hai, non ancora. Non te le auguro, so che ti saranno inflitte ma comunque non te le auguro. Anche tu però, sai che arriveranno perché sei una specie di profeta: mi hai sognato, e creato, senza poter distinguere un’operazione o l’altra. Ero già nella tua piccola fornace. Credimi, allora ardevo molto più modesto e incompleto di quanto ti piacesse credere, quando ti sembravo l’alba sicura su un avvenire intrigante. Mi vedevi come un luogo di pensieri e di carne definito da confini misurati da tanti Quanto e Come per cui valesse davvero la pena lottare. Lottare, attendere, sacrificare. E’ solo che non eri pronto a restituire né il sangue della lotta, né il tempo dell’attesa, né il prezzo del sacrificio. Non si fa così ma è così che fanno, tutti. Quindi è un errore, si, ma un errore sacro. Queste offerte, questi voti, funzionano così: li si eleva per scongiurare ma non funzionano mai del tutto.
Da allora scappi da me perché ti deludo, io da te per la stessa ragione: siamo vittime di una congiura a cui abbiamo partecipato nel ruolo di congiurati e temiamo il coltello dell’altro, quasi possa ancora ferirci. Ma non può. Il passato non rivive che in cerchi più ampi. Non si attende il futuro. Sono spiccioli di regole antiche, sparse su una strada battuta di continuo e sarebbe bastato investigare con minore cognizione per racimolarli da subito. Li ho raccolte io, adesso, per te; che espressione faresti, un po’ tenera e un po’ ferita, se ti dicessi la povera cosa che sono alla fine; per provare a tirarti su ne ho raccolti degli altri, spiccoli, piccole brillanti monete di saggezza che potessero guidarci a quel famoso tesoro nascosto nella montagna sacra, quando ancora non temevamo la voce del drago. Anche qui, ho fatto una nuova scoperta sai? Non vogliamo il tesoro, né uccidere il drago: donarli, spargerli, il tesoro e il drago, restituirli vogliamo, solo per risanare quel vecchio errore assoluto che ci ronzava nella testa. L’errore, quello che batte e soverchia tutti gli altri, il primo e originale. Sappi che non è possibile. Anche se ti dicono il contrario tu sappilo, non si può.
Guardaci: è già dura tra noi e sei lì, dietro l’angolo di appena un decennio. Anche questo temporale ermetico, immagini per immagini di parole avvinghiate ad altre parole, frastornate da un’elemosina di fulmini che vorremmo fossero una voce o un segno che ci infilzi tutti indistintamente, i tuoi me, i miei noi, e ci facciano tutti, tutti serrati nella folgore bruciante, finalmente uniti. Che importa il nome finale? Importa soltanto che nel suo verdetto di ioni si compiano un destino o la sua protesi scenica. Sei tu la mia protesi, come io sono la tua, e se insieme impugnassimo il vincastro che è l’altro no, davvero non temeremmo alcun male; ci prolunghiamo comunque di continuo nelle due direzioni.
Ti ho spaventato e, credimi, non volevo. Le mie parole adesso hanno questa abitudine, sai. Neppure loro è la colpa, si sono nutrite del terreno che siamo e vagano indolenti, appena consapevoli ma pienamente attive nella loro oscura capacità, come certi vermi graziosi che con poche gocce di sangue estratto si scambiano la vita incomprensibile che gli fece da pasto. E anche questo siamo noi per noi. Perciò non odiare le mie parole, mi scuso io per loro. E non temerle, perché non ci amano. Io le ho amate, e per questo le ho cercate e pronunciate. “Per noi”, “per tutti” pensavo. Le ho amate e saziate. Anche te, che sei alla radice dei miei testi, ho amato e saziato. Questo vuoto propaga la fame e l’amore. Voglio fermare tutto questo per un istante, me ne basterebbe uno soltanto, e abbracciarti e dirti che non fa niente, che è già finita, finita per sempre. Non ci resta che giocare il gioco, trasmessi verso l’ovunque che assolve, arrangiarci del pasto che siamo. Forse il Dio che si degnerà si esserci ci sussurrerà infine quel famoso nome intrasformabile, o magari, come dicono gli animi tetri, il nostro senso balbetterà di sé fino all’ultima soglia della materia. Fino ad allora però, fino ad allora siamo questo aver sognato e tentato. E in questo meritiamo una specie di pace.

Memoria

Rivedo il teatro di foglie spalancato a noi,
un presagio di vento frugarne il confine.
Mi adombrai
per un verso che venne a intenerirti
e che giuravi mio e nostro;
la tua gentilezza sola mi spiegava
come ero stato distratto – distratto pensai,
dal contemplare il suo concepimento.
Come una foglia di quella verde cresta
spiccò senza nome nel fresco
oblio di penombra.

Oggi ho raccolto quella foglia
da un’altra foglia; quel verso
da un altro verso. Il tuo nome d’oro
ha riposato (e riposa) all’ombra
del mio ricordo di foglia e di vento.